Bobby
di Emilio Estevez
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Sognando l’altra America
di Angela Salviato
Era il 6 giugno del 1968 quando il candidato alla presidenza degli Stati Uniti d’America, Robert “Bobby” Kennedy, venne assassinato all’interno delle cucine dell’Hotel Ambassador di Los Angeles.
A distanza di soli cinque anni dall’uccisione del fratello John, avvenuta a Dallas il 22 novembre 1963, Bob Kennedy scompare subito dopo aver pronunciato il suo ultimo discorso davanti ad una folla che lo festeggia ed acclama, durante le elezioni primarie democratiche in California, test decisivo per la candidatura della presidenza a stelle e a strisce.
Il film si apre e si chiude con le immagini e gli intensi filmati d’epoca di Kennedy e vuole essere un omaggio alla figura di un uomo, un politico capace di proporre un’idea di America diversa.
Pace, solidarietà, uguaglianza tra gli uomini e rifiuto della guerra sono alcune delle parole d’ordine della sua campagna elettorale.
“Mi candido per proporre una nuova politica. Questo paese ha preso una china pericolosa e io voglio fare tutto quello che posso per evitarla [...]. C’è un mondo che va aiutato, migliorato e reso sicuro, per il bene dell’umanità”.
L’abile regista, che nel film recita la parte del marito frustrato di Demi Moore, descrive le ultime ore della vita di “Bobby” ricostruendo l’evento attraverso gli occhi di una comunità di personaggi che, nella notte del 4 giugno, si trovano per svariati motivi all’interno del mitico Hotel Ambassador, crocevia di politici, attori e personaggi dell’America di quegli anni.
Seguendo la lezione del maestro Robert Altman, Estevez tratteggia le vicende degli ospiti, dei dipendenti, degli avventori dell’albergo, intrecciandone i destini, le speranze e i sogni di un piccolo mondo che rispecchia le contraddizioni, le paure e i problemi della società.
Così, Estevez si immagina che il 5 giugno 1968 nelle sale dell’hotel alloggi una coppia di giovani e teneri idealisti intenzionati a sposarsi per impedire la partenza di lui per la guerra del Vietnam.“Se sposarti stasera ti impedirà di andare in Vietnam, allora ne sarà valsa la pena”, confessa lei a lui.
Nelle cucine c’è invece spazio per un conflitto razziale tra il cameriere messicano e il cuoco afro-americano, così come nei corridoi tra il responsabile delle cucine e il direttore dell’albergo.
In questo film corale ben riuscito, al di là di qualche piccola sbavatura strappalacrime e vagamente patriottica, il regista ha il merito di inquadrare in modo efficace un’importante momento della storia americana e mondiale. Va detto che in qualche sequenza Estevez inciampa in una retorica tipicamente hollywoodiana che poteva essere tralasciata.
In compenso però, il divertente episodio dell’hippy e del viaggio psichedelico, le canzoni, tra cui la bellissima e sempre unica “The Sound of Silence”, il riferimento al film “Il Laureato”, i pantaloni a zampa di elefante, le acconciature e il look delle protagoniste, e soprattutto i filmati d’epoca del giovane candidato ci riportano ad un mondo che non c’è più.
Basti pensare che mentre Bobby si riferiva alla guerra del Vietnam, con la celeberrima espressione di Tacito, “Hanno fatto un deserto e lo chiamano pace”, è di pochi giorni fa lo notizia che l’attuale presidente USA George Bush ha dichiarato di non voler commettere l’errore di andarsene dall’Iraq, come l’America ha fatto in passato con il Vietnam.
I sogni di un’America “altruista e compassionevole” di cui parlava Bob Kennedy, il suo desiderio di costruire un mondo migliore per tutti, senza fame, senza guerra e senza violenza non hanno trovato riscontro nella realtà.
Il regista, non a caso figlio dell’attivista democratico e noto attore Martin Sheen, ha realizzato un film interessante che ha il merito di raccontare una storia del passato, in grado di suscitare pensieri ed emozioni anche nel presente. “Tanti problemi d’allora sono attuali e il film vuole essere una chiamata all’azione, al Nuovo Impegno”.
- Angela Salviato è Laureata in Scienze della Comunicazione, collabora con il Giornale di Vicenza.
