Breakfast on Pluto

di Neil Jordan
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Il pianto levigato
di Igor Brunello

“Ma io il pianto per te l’ho levigato
giorno per giorno come luce piena
e lo rimando tacita ai miei occhi
che, se ti guardo, vivono di stelle”
Alda Merini

Patrick Brady è il figlio illegittimo di un prete cattolico irlandese. Sua madre l’ha abbandonato. Se ne è andata a Londra, a cercare fortuna.
Patrick Brady sembra uscito dalla penna di Dickens, costretto com’è a muoversi tra orchi, streghe e lutti.
Ma Patrick Brady non è Oliver Twist e alla malinconia preferisce la leggerezza.
Patrick Brady non ne vuole sapere di essere Patrick Brady. Lui è, per tutti, Patricia. O, meglio ancora, la piccola Kitten: si dipinge il viso con ombretti e rossetti, indossa gonne in satin e tacchi a spillo, porta borsette in pelle ed improbabili camicie colorate. Si mette cappelli fatti all’uncinetto. Si guarda allo specchio e si trasforma. Guarda il mondo e lo trasforma. Si affida alla sua immaginazione edulcorando ogni realtà, anche la più squallida e dolorosa. Sopravvive così nell’Irlanda degli anni settanta, dilaniata dalla lotta armata e stretta in bigottismi e perbenismo.
Da tempo Neil Jordan non tornava ad occuparsi della situazione irlandese. Lo fa ora, recuperando una luce del tutto nuova. Trova, nel personaggio di Patrick, una potente fonte di ispirazione, ne subisce il magnetico fascino, al punto da affidarsi totalmente ai suoi occhi. Ci regala la sua femminilità, lascia che la sua immaginazione si liberi in arabeschi e fuochi d’artificio, fa scintillare l’aria, immerge il film nella musica (una colonna sonora straordinaria, che passa in rassegna tutto il glam e il rock degli anni settanta), coprendo i rumori del mondo che continuano a bussare.
Ci offre così un nuovo punto di vista sulla questione irlandese, più intimo e peculiare, meno documentaristico e storico di quello a cui siamo abituati. Ma non per questo meno irlandese.
Perché nel personaggio di Patrick, nella sua ostinata ricerca d’identità, c’è tutta la sete d’identità del popolo irlandese. Nella sua reazione ad ogni coercizione esterna, c’è la reazione irlandese alla presenza inglese. Nella sua schizofrenica negazione della realtà, c’è la consapevolezza, tutta politica, che soltanto coltivando un’utopia, le cose possono davvero cambiare.
Permeato del fascino magnetico del suo protagonista, il film acquista una rara leggerezza, assumendo i contorni di una favola. Patrick è un moderno Candido, un Forrest Gump, o meglio ancora, una nuova Amelie, buona ed innocente.
Ed è proprio questa innocenza che esacerba e dilata il dolore. Perché l’occhio di Patrick diventa il nostro occhio. E quando la realtà irrompe, lo fa con la violenza di un adulto su un bambino. In modo brutale, feroce, repentino. Ferendoci come ci feriva quando eravamo bambini.
Un film che non potrebbe esserci senza Cillian Murphy, l’attore protagonista, che si dona totalmente al personaggio: esile, femminile, leggero, svagato. Un’adesione intima, che viene da dentro. E che proprio per questo, traspira amarezza. Perché quando la telecamera abbandona i luccichii, gli strass e il glitter e si ferma sui suoi occhi, noi, in quegli occhi, troviamo, inesorabilmente, consapevolezza e dolore. E in quelle gonne sgargianti, in quei tacchi a spillo, in quel trucco di donna troviamo soltanto una grande voglia di tornare a casa.

  • Igor Brunello è Laureato in Giurisprudenza, collabora con il Gallio Festival di Cinema italiano - Opere prime.

1 Commento a “Breakfast on Pluto”

  1. CASEY scrive:


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