Centochiodi

di Ermanno Olmi

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Sincerità e autenticità al di là di ogni dogmatismo
di Fabio Giaretta

Se Ermanno Olmi terrà fede alle sue dichiarazioni, “Centochiodi” deve essere considerato il suo ultimo film di finzione. Il regista bergamasco ha infatti affermato che d’ora in avanti girerà soltanto documentari. «Il cinema che ho fatto fino adesso non mi interessa più» ha detto Olmi. «Sono in cerca d’altro, di quel sentimento della strada che troppo spesso viene trascurato. È bello il documentario che va a scoprire il sentimento della realtà ed è questo quello che intendo fare, essere un uomo comune che va tra uomini comuni».
Anche il protagonista di “Centochiodi”, un giovane professorino universitario, interpretato in modo pensoso e assorto da Raz Degan, decide di essere un uomo comune che va tra uomini comuni. Da qui la sua decisione di abbandonare la mummificata cultura universitaria nella quale si sente sempre più ingabbiato e di immergersi tra la gente di un appartato paesino sulle rive del Po, dove ritrova una realtà autentica, messa a rischio dalle cannibali ruspe della modernità.
Prima di fuggire compie però un delitto esemplare: inchioda al pavimento della biblioteca un numero imprecisato di preziosissimi incunaboli. Su questa dirompente scena sono già stati scritti fiumi di parole, che spesso hanno frainteso il vero messaggio del film. Quello di Olmi non voleva essere un attacco ai libri in sè stessi. Il suo è invece un atto d’accusa contro qualsiasi forma di cultura sclerotizzata, dogmatica, staccata del divenire della vita, che spesso usa i libri come comodo e rassicurante baluardo. I libri, infatti, come viene detto nell’epigrafe che apre il film, pur necessari, non parlano da soli. Questa affermazione viene approfondita meglio in alcune frasi che il professorino rivolge al Monsignore: «Lei ha amato i libri più degli uomini e i libri possono servire qualsiasi padrone. Quanta verità è stata scritta in questi testi… A cosa sono serviti? A ingannarci l’un l’altro. C’è più verità in una carezza che in tutti i libri». I libri, in altre parole, possono essere indispensabili compagni di viaggio nella ricerca della verità, purché essi non vengano idolatrati come realtà a sé stanti, lontane dagli uomini, come fa il Monsignore, e purché non vengano strumentalizzati, come spesso accade nel nostro oggi, per imporre squadrate certezze. Per questo le religioni non hanno mai salvato il mondo, perché hanno sempre suggerito all’uomo, in modo impositivo, modelli di pensiero. «La vera cultura» ha affermato Olmi «è la possibilità di cambiare la cultura». Il Verbo deve farsi carne, deve attraversare la pulsante complessità del reale, deve rimettersi costantemente in gioco. Solo così è possibile raggiungere una profonda sincerità di vita, che Olmi considera uno degli atti di coraggio più sublimi che ognuno di noi può compiere. Questa sincerità il professorino sembra trovarla in riva al Po, dove cerca un rapporto diretto, non mediato dalla cultura, con la natura e con gli uomini. Olmi ci racconta tutto questo utilizzando la disarmante semplicità dei vangeli, senza voler dare dogmatiche lezioni di vita. Questa sua ultima fatica è infatti molto meno ingenua e cattedratica di quanto possa sembrare a prima vista. Innanzitutto il tono di “Centochiodi” non è mai serioso ma sottilmente ironico. Sarebbe infatti un errore identificare totalmente Olmi con il professorino, che pure incarna in modo perfetto il pensiero del regista. Questa sorta di povero Cristo contemporaneo infatti sembra sempre un po’ fuori posto, incapace di liberarsi del tutto della sua cultura libresca e oratoria, e non a caso, alla fine, dopo essere stato arrestato, non tornerà più nel paese sul fiume che ancora lo aspetta. Olmi insomma sembra dirci che la sincerità e l’autenticità non possono essere considerate una roussoniana e intellettuale parentesi vacanziera, ma, per quanto ardue e impegnative, devono divenire concrete incarnazioni quotidiane del nostro vivere.

  • Fabio Giaretta è Laureato in Lettere moderne, collabora con la pagina culturale del Giornale di Vicenza.

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