Cuori
di Alain Resnais
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Fuori è neve. E dentro pure.
di Maurizio Cau
Non sono tempi facili per i grandi vecchi del cinema d’autore. Altman, Bergman e Antonioni non ci sono più, Godard, Chabrol e Rivette si avvicinano all’ottantina, Rohmer spegne ottantasette candeline e l’ineffabile De Oliveira va per i novantanove. Anche Resnais non è più un giovinetto, con ottantacinque primavere alle spalle, ma, come per incanto, il suo cinema continua a distendersi e a ringiovanire.
Strano destino per uno degli autori più impegnativi e sofisticati del cinema degli ultimi cinquant’anni, che ha lavorato a lungo con matrici letterarie spigolose e provocatorie (dalla Margerite Duras di “Hiroshima mon amour” al Robbe Grillet de “L’anno scorso a Marienbad”) prima di abbandonarsi a una cifra stilistica e drammaturgica capace di rendere la grevità della vita con una partecipata levità che spesso commuove. Se già in “Providence”, capolavoro dei tardi settanta, il lato drammatico dell’esistenza trovava un controcanto quasi divertito nell’umorismo sarcastico del grande John Gielgud, a partire da “Smoking-No Smoking” - geniale film a due teste e gran colpo di classe cinematografica - il cineasta francese sembra sempre più attratto dall’impasto di comicità, tragedia e irrealtà che accompagna un po’ tutte le vite. In “Cuori” (titolo originale “Paure private in luoghi pubblici”, dal testo teatrale di Ayckbourn cui è ispirato) la scanzonata raffinatezza di “Parole, parole, parole” lascia il campo ai toni pacati di una commedia dominata da una malinconica leggerezza. O da una leggera pesantezza, che è poi la stessa cosa.
Una storia dove i destini sembrano incrociarsi. Ma più che a veri incastri si è di fronte a un girotondo di solitudini che riescono tutt’al più a lambirsi. Con la sua ignavia, Dan, un ex militare, porta la fidanzata Nicole (una Laura Morante nervosa e sempre più bella) ad abbandonarlo. Gaëlle insegue l’amore tra gli annunci dei cuori solitari, mentre il maturo fratello Thierry perde la tramontana per la collega Charlotte (Sabine Azéma, icona del regista, è sempre meravigliosa). Intanto Lionel (un compassato e convincente Pierre Arditi) affronta la solitudine tra un pensiero che corre al passato e le attenzioni al vecchio e aspro padre.
Non c’è niente da fare. I pezzi non si incastrano, i binari non si incrociano e ad ognuno non resta che percorrere il proprio cammino in una Parigi avvolta da una neve fitta e incessante, che cade sui tetti ma anche nelle case. E le case, in questo film tutto di interni, sono spesso un poco anguste e costruite intorno a quinte, membrane e separé che non fanno che sottolineare la lontananza tra le persone. Per Thierry aggirare il vetro acidato che lo separa da Charlotte è già una sfida, Lionel osserva la varia umanità del locale in cui lavora da una cascata di tendine colorate dietro cui sembra trovar rifugio, suo padre vive oltre una soglia inaccessibile allo sguardo, mentre Dan è capace di mandare a monte una relazione in nome di uno studiolo dove raccogliersi e oziare. A Resnais, da sempre assai attento all’articolazione degli spazi, piace guardarli dall’alto, questi piccoli romitaggi più o meno volontari, con pochi movimenti di macchina che si alzano e osservano i personaggi quasi fossero topini in gabbia. Sta tutto lì lo sguardo empatico ma implacabile del regista, per il quale guardare è sempre già comprendere.
«Un po’ di felicità non può farci male», sospira Thierry mentre sembra quasi pronto ad aprirsi alla vita. Ma i sentimenti, così come le traiettorie esistenziali dei sei personaggi, sembrano condannati a un ripiegamento solitario. E intorno continua a scendere la neve. Si posa sui davanzali, sui cappotti e intorno ai cuori. E non si scioglie.
- Maurizio Cau è Dottore di ricerca in Studi storici a Trento, è Presidente del Nuovo Cineforum di Rovereto.

11 Settembre 2010 alle 12:51
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