Daratt
di Mahamad-Saleh Haroun
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Semplice e necessario come il perdono
di Davide Rampin
Presentato in concorso alla 63° Mostra del Cinema di Venezia nel 2006, “Daratt” (che significa “stagione secca”) è stato il primo film prodotto in Ciad a partecipare alla manifestazione, ottenendo il Premio Speciale della Giuria.
Il regista Mahamat-Saleh Haroun ha voluto raccontare una storia che sapesse parlare a tutti e riuscisse ad affrontare temi universali, a partire però dalla realtà tragica del suo paese, insanguinato da decenni di guerra civile.
“Daratt è anche un film che s’interroga sulla trasmissione e sulle eredità che dobbiamo accettare. Qual è la scelta, l’eredità, l’orizzonte, che restano ad un giovane abitante del Ciad nel 2006? Esiste, in Africa, oggi, una generazione di orfani: dei giovani che non hanno né riferimenti, né referenti con i quali confrontarsi.- La fiction offre la possibilità di creare un immaginario comune possibile, un’utopia. Il cinema permette alla gente di appropriarsi delle storie che gli vengono raccontate e, così, di plasmare l’identità di un paese.”
Man mano che il tempo passa, il rapporto tra Atim e Nassara si approfondisce, l’uno ritrova una figura paterna (che gli insegna un mestiere, l’arte di fare il pane), l’altro si affeziona al ragazzo fino a chiedergli di poterlo adottare.
“Nassara è alla ricerca della redenzione, ma è incapace di farlo pubblicamente, di chiedere scusa. Il problema è tutto lì: chiede perdono a Dio, ma non ha il coraggio di chiedere perdono al figlio dell’uomo che ha ucciso. Allo stesso modo, la volontà di adottare Atim è un modo indiretto per implorare il suo perdono, senza farlo in maniera frontale, senza compromettersi. Detto questo, vuole anche impedirgli di diventare qualcuno come lui; cosa che accadrebbe inevitabilmente se Atim lo assassinasse.
Atim scopre se stesso quando entra in contatto con il panettiere, grazie al confronto. Nassara, sebbene sia un personaggio odioso, se ne prende carico. Distoglie le energie negative di Atim, le canalizza. In alcuni momenti, abbiamo bisogno di qualcuno che guidi i nostri passi.
Il momento in cui Atim riesce a fare il suo pane è il momento in cui vacilla. In qualche modo si supera, diventa un altro perché il lavoro lo libera. È molto importante riuscire a fare qualcosa da soli. È una realizzazione vitale.”
Dal punto di vista della messa in scena, il regista sceglie l’essenzialità e la concentrazione in pochi luoghi, senza per questo rinunciare alla finzione della costruzione drammatica.
“Ho lavorato soprattutto sui movimenti dei personaggi nell’ambiente. A questo proposito ho concepito l’ambientazione della panetteria come una scena teatrale. Ho curato molto le entrate e le uscite dei personaggi. Il rapporto dei due personaggi principali passa attraverso l’intensità dei loro rapporti fisici, il modo in cui s’incrociano, in cui si sfiorano, si fiutano.
Poiché si tratta di un film su due persone che hanno bisogno l’una dell’altra per definirsi, ho voluto filmare con delle inquadrature strette, per cogliere tutte le espressioni. Ciò che accade tra loro fa parte della sfera dell’indicibile, del confronto animale. È qualcosa che accade per mezzo dello sguardo, dell’olfatto.”
Pur nell’evolversi del complesso e contraddittorio rapporto con Nassara, Atim non recede dal suo proposito, ma arrivato a un passo dall’attuarlo lo mette definitivamente in discussione, aprendo il film alla speranza, e precisandolo come un piccolo ma intenso strumento di resistenza alla spirale di violenza che, una volta avviata, sembra non possa più fermarsi.
- Davide Rampin è Laureato in Storia e Critica del Cinema, collabora con l’MPX-Multisala Pio X di Padova.
