Flags of our fathers
di Clint Eastwood
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Eroi senza volto
di Umberto Fasolato
Raccontando della battaglia di Iwo Jima, una delle più cruente della seconda guerra mondiale sul fronte del Pacifico, Eastwood prova ad illuminare ancora una
volta i contrasti che caratterizzano il rapporto tra la vita della coscienza individuale e i valori sui quali si forma lo spirito collettivo (o patriottico) della società americana.
Il germe di questi contrasti stavolta è racchiuso nella foto scattata ai marines che issano sull’isola la bandiera americana: per i soldati è solo un momento di esultanza dopo aver terminato la durissima battaglia sulla spiaggia, ma per i rappresentati del mondo politico americano la stessa immagine contiene l’idea chiave con la quale vincere la guerra con la propaganda.
Intrecciando i racconti dei protagonisti di questa vicenda, Eastwood evidenzia quindi la netta separazione tra le ragioni della politica, che strumentalizza l’evento bellico condensato nella foto per celebrare e persuadere l’intera collettività della vittoria finale, e la voce delle coscienze di coloro che hanno vissuto le profonde lacerazioni della
guerra.
La verità che la politica intende raccontare
attraverso quella foto è “semplice e si deve esprimere con pochissime parole”: non è necessario e tanto meno produttivo rappresentare la guerra dall’interno della coscienza degli individui o del piccolo plotone, anzi,
“bisogna farsi una ragione” delle loro inumane sofferenze, tacerle, e fissare lo sguardo di tutti solo sulla vittoria finale.
Così Eastwood alterna con metodica insistenza il racconto della battaglia di Iwo Jima visto con gli occhi dei soldati con il tour che i protagonisti di quella foto hanno compiuto al servizio della propaganda: stadio dopo stadio, salotto dopo salotto, festa dopo festa i tre marines del plotone sopravvissuti alla carneficina vengono consacrati eroi attraverso un evidente processo di alienazione che li costringe a ripetere continuamente il gesto immortalato nella foto senza avere mai la possibilità di spiegare e dare senso agli immani sacrifici e sofferenze patite in guerra.
Nei luoghi dei grandi raduni collettivi, ma anche nei salotti esclusivi dell’alta borghesia americana, bisogna annunciare e celebrare il trionfo, e non c’è spazio per le esitazioni della coscienza.
Il colore dei vuoti lasciati nei soldati dalla crudeltà della guerra è il nero: nera è la spiaggia di Iwo Jima e di nero sono tinti gli incubi dei sopravvissuti, ma anche il racconto della loro vita, tornata alla “normalità” dopo il conflitto, presenta i luoghi più familiari immersi nel buio e nell’indistinto.
Ma dall’isola non si diffonde soltanto il colore dello smarrimento della coscienza, realizzato soprattutto con il tour organizzato dalla propaganda: come un reporter di guerra Eastwood scende sul campo di battaglia e con i suoi campi lunghi rende la spiaggia uno sfondo in cui si cancellano i corpi e le vite dei protagonisti, e al contempo l’unico orizzonte nel
quale il loro sacrificio acquista un significato, che è rappresentato non soltanto dai combattimenti, ma soprattutto dall’instancabile accorrere del medico del plotone ad assistere i soldati.
Solo all’interno di questo nero confine i protagonisti hanno incarnato un collettivo autentico perché sulla spiaggia dello sbarco ciascun di loro è riuscito a far propria la sofferenza e la sopravvivenza dei compagni.
- Umberto Fasolato è Laureato in Storia e Critica del Cinema, collabora col Dams e con l’Associazione Cineocchio di Padova.

11 Settembre 2010 alle 12:51
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