Giorni e nuvole
di Silvio Soldini
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Silvio Soldini e il suo cinema - Taglia e cuci dal web
«Alla base di tutto credo proprio che ci sia un desiderio. Un desiderio che diventa sguardo, e dove questo sguardo incontra il mondo nasce l’esigenza di un quadro, una foto, un’inquadratura. Lo sguardo non dipende dall’occhio, ma da tutti i sensi. Ci sono inquadrature da ascoltare più che guardare, altre che si vorrebbero toccare, in cui ci si vorrebbe immergere; inquadrature che ci invadono e ci riempiono, che commuovono, che ci fanno pensare [...]. L’occhio, in fondo, non fa che trovare l’inquadratura più giusta per ciò che lo sguardo vede.»
«Uno dei temi sempre presente in modo naturale nel mio cinema: personaggi che vivono in una certa situazione come in una gabbia, di cui vogliono rompere le sbarre per evaderne. Magari, in realtà, senza arrivare in nessun posto.»
«La posizione della macchina da presa corrisponde inesorabilmente a un certo modo di stare al mondo. Di osservarlo, di interrogarlo, interpretarlo.»
«Attraverso i personaggi femminili riesco a raccontare delle cose che avrei più difficoltà a far emergere attraverso delle figure maschili: sentimenti, emozioni, insoddisfazioni, voglia di cambiamento, apertura verso se stessi e verso gli altri, interiorità in generale. Le donne mi interessano molto forse perché [...] ho più cose da imparare da loro.»
«E’ vero che ne “Le acrobate” si parla di una magia, una magia che si ricollega a qualcosa di rituale, a una memoria, a qualcosa che abbiamo perso o stiamo perdendo, e che è rivista, rivisitata, ricercata e forse ritrovata sotto la quotidianità che ci occlude un po’ la vista, e che ritrova inevitabilmente una sua magia. Come se ci si soffermasse a guardare un quotidiano che in fondo può nascondere ancora delle piccole magie, che però non si colgono più tanto, mentre una volta si era più attenti nel decifrarle.»
«Credo che per me il caso sia stato il piatto d’argento su cui servivo ai miei personaggi delle occasioni che essi potevano vedere o meno, prendere o lasciare. Il caso, a mio parere, dipende molto dalla voglia che abbiamo di coglierlo, veicolati come siamo da programmi nostri o altrui. In questi percorsi prestabiliti da noi o dalle circostanze possono aprirsi improvvisamente delle brecce in cui s’infiltra il caso: ma il caso diventa importante solo se e quando lo sappiamo riconoscere, dandogli spazio e tempo per crescere, altrimenti passa inosservato.»
«Credo che l’azione di spostarsi, il viaggio per arrivare a una realtà diversa dove ricostruire o costruire una vita distaccandosi dal passato sia fondamentale per marcare l’idea del cambiamento.»
«La commedia mi interessa molto perché mi consente di creare situazioni più improbabili rispetto a quelle che troverebbero posto in un film “realista”, e lo stesso discorso vale per i personaggi.»
«In Pane e tulipani l’ottimismo contenuto nel finale è sottolineato tre volte [...]. Non è un sogno. Semplicemente, per la prima volta ho avuto il coraggio di mostrare che un finale simile è possibile.»
«Vorrei che la storia avesse senso di per sé, in un tempo non precisato; non per questo, ovviamente, i luoghi sono meno importanti. Detesto ripetere cose che ho già fatto, già raccontato, mostrato; magari poi si raccontano sempre i propri temi, ciò che più ci preme, e ognuno ha un modo di farlo che è soltanto suo, ma questo non giustifica, secondo me, il fossilizzarsi nelle stesse immagini.»
Silvio Soldini

11 Settembre 2010 alle 20:54
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