I figli degli uomini
di Alfonso Cuarón
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I luoghi della distopia
di Alberto Brodesco
Sterili. Ormai l’umanità è ridotta a uno stato di sterilità. Siamo a Londra, nel 2027. Dal 2009 sulla Terra non nascono più bambini. Di questo racconta il film “I figli degli uomini” di Alfonso Cuarón. Quando vediamo una donna dalla pelle nera con il pancione, scopriamo però che è forse solo l’Occidente ad essere sterile. Ma fra Occidente e resto del mondo, nel 2027, i rapporti sono pessimi. Al punto che in giro per la capitale inglese sono collocate gabbie dove rinchiudere i clandestini, in attesa di una cruenta espulsione.
L’interesse della narrativa distopica o apocalittica sta nel mostrarci un futuro in cui alcuni germi degenerativi già rinvenibili nel nostro presente finiscono per gonfiarsi, diventare dominanti, esplodere. Non è una novità della nostra epoca, intravedere un’apocalisse appena al di là dell’orizzonte. Ogni generazione ha la sensazione e la paura di essere l’ultima. L’evangelista Giovanni, per fare l’esempio più celebre, scriveva per i cristiani del 94-96 dopo Cristo: è loro che esortava a tenersi pronti, perché il ritorno del Messia era vicino. Eppure, ogni volta, in ogni momento storico, sembra che con la realtà dell’apocalisse dovremo scontrarci proprio noi, noi che viviamo adesso.
Il regista messicano Alfonso Cuarón sbarca dunque a Londra con l’idea di lavorare in un luogo e su di un luogo che straripa di connotazioni di decadenza e contagio. Cuarón conosce l’Inghilterra attraverso il filtro del cinema, della letteratura distopica, della musica pop… “I figli degli uomini” ci mostra così una nazione orwelliana (“1984” ma anche “La fattoria degli animali”) e permeata di rock, non solo nella colonna sonora ma anche in piccole ma decisive caratterizzazioni: sopra la Power Station, ad esempio, si libra un maiale gonfiabile, lo stesso della copertina di “Animals” dei Pink Floyd.
C’è molto di buono nella visualizzazione colma di oscuri presagi che Alfonso Cuarón ci fornisce. Di cattivo, c’è un eccesso di metafore cristologiche o soteriologiche che assumono troppo spesso la pesantezza di allegorie marcate, scolastiche; e una trama che si dipana senza un perché, trascinandosi dietro svolte mal motivate. In mezzo tra il cattivo e il buono, alcune belle ma vanitose scelte di regia: in una scena molto intensa, drammatica, di guerriglia urbana, assistiamo a un piano sequenza lunghissimo. Senza stacchi, seguiamo il protagonista mentre, dalla strada, schivando bombe e pallottole, entra all’interno di un edificio di disperati. A un certo punto uno schizzo di sangue sporca la macchina da presa. Le macchie rimangono stampate sui fotogrammi per qualche minuto. Il piano sequenza è decisamente spettacolare, ma la scelta di accentuare con le macchie l’assenza di montaggio lascia perplessi. È il genere di vezzi stilistici che David Foster Wallace definisce “guarda, mamma, senza mani”. Non se ne sentiva il bisogno.
Quello che c’è di buono, tuttavia, è in molti dettagli persino buonissimo. In particolare, la già accennata sapienza nell’uso degli spazi: la Città dove dominano i messaggi di controllo sociale; le campagne reminescenti della BSE dove i bovini vengono bruciati in cataste; per poi arrivare in centri di permanenza temporanea che costringono ad aprire gli occhi. Il contributo politico de “I figli degli uomini” sta nell’enfatizzazione delle possibilità di catastrofe rinvenibili qui, ora: quando il protagonista e la donna incinta entrano, su un autobus, in una città-CPT, fuori dal vetro vediamo riprodotte alcune delle fotografie di Abu Ghraib, tableaux vivants che rimangono sullo sfondo, appena accennati, promemoria sulla sterilità che già esiste nel nostro presente.
- Alberto Brodesco è Segretario del Cineforum di Trento, scrive di cinema e comunicazione visiva su libri, giornali, riviste.
