Il grande capo
di Lars von Trier
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Una commedia “gambiniana”
di Andrea Brighenti
Lars von Trier torna a girare un film in danese a basso budget senza attori di fama (proprio come fu per “Gli Idioti”) e - ciò che ha più sorpreso la critica e il pubblico - una commedia. In realtà il regista continua a muoversi nel suo elemento più proprio, lo psicodramma. Come già ci aveva già insegnato in “Dogville”, basta un “lieve mutamento di luce” per rovesciare completamente l’impressione che si ha di una vicenda. Così, con “Il grande capo”, il regista decide di continuare a illustrare la comedie humaine imbastendo una “corporate comedy” degli errori, senza altre ambizioni eccetto quella di far ridere, ma che in realtà non manca di nutrirsi di un ricco sottotesto di cinismo e astuzia scenica, i quali portano la marca più propria del diabolico danese.
L’attore disoccupato Kristoffer (Jens Albinus), devoto del teatro sperimentale dell’improbabile “grande Gambini”, viene assunto dall’imprenditore di una piccola ditta informatica, l’apparentemente bonario Ravn (Peter Gantzler), per impersonare Svend, ovvero nientemeno che il Grande Capo della ditta stessa, che nessuno ha mai visto e che tutti credono dirigere l’azienda dagli Stati Uniti attraverso e-mail. La necessità di materializzare il grande capo inesistente - al quale Ravn aveva prontamente attribuito tutte le decisioni impopolari e penalizzanti nei confronti degli impiegati che in realtà egli stesso aveva preso nel corso degli anni senza avere il coraggio di assumersene la responabilità - è dettato dal sopraggiungere di un acquirente, il gelido mogul islandese Finnur (Thor Fridriksson), il quale pare mosso più da un odio viscerale per i danesi, antichi colonizzatori dell’isola, che dal senso degli affari. Inizialmente in balia degli eventi - e del fatto che ognuno dei sei impiegati ha un’immagine piuttosto diversa del Grande Capo, oltre che una serie di precise aspettative nei suoi confronti - Kristoffer alla fine si cala anche fin troppo bene nella parte, mandando a monte tanto i piani truffaldini di Ravn (che stava cercando di intascarsi i diritti proprietari dei soci) quanto - in particolare dopo l’apparizione del legale di Finnur, che si rivela essere Kisser (Sofie Grabol), l’ex-moglie dello stesso Kristoffer - ogni ragionevole conclusione dell’affare. Nel finale non può che tornare in scena il teatro “gambiniano”, vero punto debole di Kristoffer, oltre che così singolarmente intonato all’assurdità del settore high-tech.
Ambientato in una azienda della net-economy in cui si parla un ridicolo gergo tecnologico che rende impossibile capire se ci si stia occupando di qualcosa di estremamente complicato o di estremamente inutile (e naturalmente le due cose non si escludono), il film mette in scena personaggi che sono quasi macchiettistici ma che effettivamente funzionano per lo scopo. Se non vi sono dubbi sul fatto che von Trier non giri un film dal quale non tragga un ingente piacere nel fustigare il genere umano e la sua meschinità, questa volta - grazie a uno di quei lievi mutamenti di luce - il risultato è divertente anche per lo spettatore (la voce autoriale di un narratore onniscente e lontano interviene solo un paio di volte a raffreddare l’entusiasmo).
Scorrendo i titoli di coda ci si accorge che creditato per il montaggio e come direttore della fotografia non è un essere umano, bensì l’Automavision, fantomatico software di montaggio automatico sulla cui natura non si può però essere certi, dato che da Dogma in poi von Trier ha sempre giocato sporco con le nominalmente ferree regole cinematografiche che ha scelto di darsi. L’effetto tuttavia è quello di una accurata imprecisione nell’inquadratura e una serie di leggeri non sequitur nei raccordi (che secondo alcuni critici avrebbero lo scopo di sottolineare la natura maldestra e perversa del sistema capitalistico), quasi come se in effetti si stesse assistendo a una pièce del grande Gambini.
- Andrea Brighenti è Dottore di ricerca in Sociologia del Diritto a Trento, si occupa di musica e audiovisivi.
