Il matrimonio di Tuya

di Wang Quan An

ilmatrimoniodituya1.jpg
Una piccola grande donna
di Gabriele Grotto

Lo sguardo errante della macchina da presa ci trasporta nella desolante bellezza di un deserto ostile segnato dal passaggio dei suoi rari abitanti, ultimi protagonisti di una scena di vita in una zona rurale selvaggia della Mongolia Interna cinese. L’aspro e colorato paesaggio sembra rispecchiarsi nella bellezza del volto segnato dal vento di Tuya, donna fiera ed attraente pur nelle rigide movenze del suo pesante abito tradizionale, ed è nel senso di un precario “abitare” che Tuya incarna il dramma e la forza di un’antica cultura  in via d’estinzione fondata sul nomadismo e la pastorizia. Oltre alle sue cento pecore, Tuya deve provvedere al sostentamento di un marito invalido, di due figli, e procurare l’acqua sita in un pozzo che dista quindici chilometri da casa, una dura condizione di vita vissuta però con sereno spirito di determinazione, ma a causa di un problema di salute che le impedirà di continuare a svolgere il suo faticoso lavoro, Tuya si vedrà costretta a divorziare per risposarsi con un uomo che accetti di mantenere  anche l’ex marito infermo. Siamo agli antipodi della farsa occidentale sulla sopravvivenza al matrimonio, qui, dove l’acqua è un bene di lusso, il matrimonio è naturale sistema di sopravvivenza. Il film fonde felicemente una veduta di sapore documentaristico con una narrazione dove il dramma della fatica pratica di vivere è alleggerito da un delicato tocco umoristico, alternando panoramiche di paesaggi di rara suggestione e vastità, ad un uso del primo piano di matrice pasoliniana, con volti scavati e solari intensamente comunicativi, anche nell’apparente impassibilità espressiva del viso di Tuya, il cui silenzio emotivo è rotto una prima volta in seguito al tentato suicidio dell’ex marito che rifiuta una sistemazione nell’ospizio cittadino offerta da un ricco corteggiatore, e nelle lacrime liberatorie del finale aperto e circolare allo stesso tempo. Il ritmo lento della narrazione si adatta alla gestualità quasi rituale delle azioni quotidiane, in una dimensione arcaica dove lo spazio vuoto del deserto è ri-conosciuto, mentre è la presenza non manifesta della Cina industrializzata a spaventare. Il paesaggio desertico è attraversato da una varia tipologia di mezzi di locomozione: cavallo, cammello, moto, automobili, camion, che segnalano la transitorietà confusa di una zona di confine tra deserto e presenza sempre più incombente dell’invisibile città, fra transumanza pastorale e velocità industriale, fra tradizione e modernità, tra matrimonio romantico e pragmatico in un ri-modellamento territoriale destinato a produrre nuove tipologie di nomadismo: Tuya non cede alle lusinghe dell’urbanizzazione proposta dalla nuova Cina, con il suo atto paradossale di risposarsi per amore dell’ex marito e con il suo forte attaccamento alla tradizione, Tuya rivendica tuttavia la centralità attiva del ruolo della donna in un oriente ancora lontano dalle forme d’emancipazione femminile occidentale, “Lo stato nomade, più che dall’atto del viaggiare, è definito dal ribaltamento delle convenzioni date” (Giuliana Bruno).
Da una sceneggiatura di Lu Wei, già collaboratore di Zhang Yi-Mou (Vivere) e di Chen Kai-Ge (Addio mia concubina), il regista Wang Quan An colpisce nel segno vincendo l’Orso d’oro al Festival di Berlino 2007 con un’opera segnata dalla semplicità e dal rigore compositivo, ma intensa nel percorrere lo spazio emotivo di un’umanità emarginata. La bravissima Lu Wei è l’unica attrice professionista, gli altri protagonisti sono uomini presi dalla strada e Wang Quan An li guida in una storia che, seppur calata in una realtà da noi lontanissima, affronta questioni universali mostrandoci il valore delle semplici azioni quotidiane, senza mai scadere nella retorica o nel folclore ma con un asciutto realismo.

  • Gabriele Grotto è Videomaker e curatore di laboratori didattici sul linguaggio audiovisivo.

Scrivi un commento