La strada di Levi
di Davide Ferrario e Marco Belpoliti
![]()
Il passato che è davanti a noi
di Fabio Vallin
Questo bel film-documentario di Davide Ferrario è stato poco visto in sala: al momento della sua promozione ne sono state distribuite solo 18 copie su tutto il territorio nazionale contro le 604 del contemporaneo “Notte prima degli esami oggi”, per fare un esempio.
È quindi quasi obbligatoria la scelta di concedergli spazio in questa rassegna.
Dopo sessant’anni gli autori del documentario (Belpoliti, collaboratore del regista, è il curatore delle opere di Levi per Mondadori) ripercorrono le tappe del tortuoso viaggio di ritorno che Primo Levi intraprese da Auschwitz a Torino nel 1945, da lui narrate nel libro “La tregua”, edito nel ‘63.
“Si deve parlare del ’45 come parlare di oggi”(1) dice Ferrario, e anche Levi ci ha ricordato che “la memoria non serve per il passato ma per il futuro”. L’intenzione del regista è quindi quella di attualizzare le immagini della memoria, di considerare il passato e il presente come rotaie di un stesso treno che ci conduce verso un futuro antico, a dispetto di quanto affermato nel film dalla neo-nazista: “sono stufa di farmi rinfacciare che noi siamo colpevoli di tante cose… per me conta il futuro”.
Semplice riflesso di un viaggio “vissuto” scandito da un tema, da un luogo, dall’alternarsi delle stagioni, questo è un film geografico, in cui gli spazi rivelano la concretezza del tempo. Come accade quando ci rechiamo a visitare un sito archeologico, le rovine della storia rappresentano un invito a scoprire il tempo; è il luogo che ci mette immediatamente in contatto con il tempo.
Per questo nella stesura della rudimentale sceneggiatura la scelta delle “locations”, dei paesaggi, è stata l’operazione preliminare di fondamentale importanza.
Dal punto di vista tecnico-linguistico, la volontà è quella di “creare una sorta di finzione partendo da materiale documentaristico”(2): attraverso una manipolazione del materiale spurio, di diversa origine (il testo letterario di partenza, il materiale cinema-fotografico di repertorio, il commento della voce fuori campo, le riprese di viaggio della “troupe”) privilegiando, come spesso accade in un documentario, il rapporto tra la voce e l’immagine, l’intento è quello di costruire un romanzo picaresco in cui i luoghi e le facce delle persone sono protagoniste.
Rispetto al testo di partenza, appare alquanto fuorviante tracciare una stretta relazione con il libro di Levi e non ha molto senso parlare di adattamento nel senso tradizionale del termine: i paragrafi citati sono stravolti anche nelle scelte lessicali e sintattiche e le immagini spesso creano un contrappunto con le frasi stralciate dal testo.
Per Levi il titolo del libro rappresenta un concetto storico e personale nello stesso tempo: indica la sua tregua personale, fuori dal lager (tregua perché “guerra è sempre”) ma anche il periodo che va dalla Seconda guerra mondiale all’inizio della guerra fredda. La sequenza americana iniziale, quella delle Twin Towers, è stata scelta emblematicamente proprio perché rappresenta anch’essa per i nostri tempi la conclusione lacerante di una tregua, la dichiarazione di guerra di una serie di conflitti che erano striscianti e silenziosi.
Nel bene e nel male qui c’è anche un pò della nostra “vicentinità”, come nell’episodio del padrone-imprenditore che va a fare affari in Romania, osservate l’espressione delle operaie quando gli viene chiesto: “cosa pensate degli italiani?”. Infine ci riconosciamo, per fortuna, anche nelle commoventi parole e nei luoghi di Mario Rigoni Stern, quando nell’epilogo ricorda l’amico Levi, appena scomparso: “oggi non piango perché ho nel cuore il tesoro che mi hai lasciato e che mi aiuta ad essere meno stupido e meno cattivo”. La conclusione del film è un regalo bellissimo, sincero ed umile, che tocca il cuore.
- Fabio Vallin insegna presso il Liceo Artistico Statale “Martini” di Schio, collabora con Il Cineforum Alto Vicentino 2001.
