L’aria salata

di Alessandro Angelini

ariasalata.jpg
Il difficile incontro tra il passato di un figlio e il futuro di un padre
di Antonio Ingrosso

Sin dai titoli di testa Fabio corre, ad indicarci subito che il suo sforzo fisico è l’antidoto a un dolore. Poi s’inquadra un uomo su un traghetto: il mare lo accompagna all’inizio, poi durante un suo sogno e alla fine del film: è un segno di apertura, di libertà, di liberazione. Dopo un tenero incontro con bambino curioso, capiamo che è un detenuto in trasferimento, che sta prendendo la sua ora d’aria (“l’aria salata” in gergo carcerario).
Il regista del film è stato volontario al carcere di Rebibbia per più di dieci anni; è perciò comprensibile come sappia presentare la realtà carceraria con dettagli e pennellate magistrali: i colloqui, i rapporti fra i detenuti, quelli con le guardie, le situazioni critiche.
Quando Fabio, che svolge un lavoro delicato e rischioso in un carcere, si accorge che di fronte a lui c’è suo padre, condannato a trent’anni, che ha abbandonato la famiglia tanto tempo prima, immediatamente reagisce con sconcerto, poi con rancore; e ne informa subito sua sorella Cristina, una persona pragmatica che costituisce, ormai, la sua famiglia, con un nipote in arrivo.
Nel film allora cominciano ad apparire segnali apparentemente marginali, ma coerenti nel delineare il rapporto padre-figli. Il figlio piccolo di un detenuto si rifiuta di vederlo e Fabio parla al bambino come se parlasse a se stesso, avvertendolo che non si deve vergognare del padre e che da grande comunque gli verrebbe la voglia di cercarlo. E ancora: Fabio ha una fidanzata, Emma, che appartiene ad un altro ambiente; nonostante i dubbi su come il genitore di lei abbia fatto i soldi, la figlia gli vuole bene proprio perché è suo padre. Così, dalla toccante scena dell’accostamento di due fotografie di famiglia, comincia il testardo tentativo di capire. In questo, Fabio è solo: suo zio si augura addirittura che il fratello muoia presto, per il bene di tutti. Cristina si rifiuterà di parlare al padre, che prima, in una scena memorabile al supermercato, si era avvicinato a lei con estremo imbarazzo, ma arrivando a sfiorarle la mano, con la scusa delle monetine cadute.
Fino a che punto è giusto allontanarsi da una persona che ha commesso un grave errore? E Fabio capisce che ci sono angolature diverse per leggere la realtà. Il padre ha ucciso, è stato un mafioso, è furbo - pensiamo agli attacchi epilettici che si procura -, è un uomo che conosce se stesso e ne ha un pessimo giudizio (“Io nun so’ fa’ gnente”, “… un figlio di puttana come me…”); è leale con i suoi amici (“Mai stato cantante, sempre a microfono spento”); conosce i rischi della vita e il suo relativismo (“Le idee sono come il buco del culo, ognuno c’ha il suo e quello degli altri gli fa schifo”).
Luigi rinuncia ad un tentativo di fuga e Fabio si avvicina sempre di più a lui; addirittura lo accompagna a “farsi un vestito”, così che suo padre possa rispettare l’impegno preso in carcere con uno spacciatore, per poi però picchiarlo subito dopo. Luigi è un uomo che ha ancora desideri, come quello di farsi una famiglia, di avere un figlio, anche se una famiglia - e due figli - ce l’aveva e l’ha abbandonata; Luigi confida al figlio sempre più numerose intimità e vorrebbe far qualcosa di buono nella sua vita - che alla fine, a modo suo, farà. Il suo gesto estremo sorprende un po’, ma avvera il benevolo auspicio delle chiavi che cadono quando un detenuto esce in permesso dal carcere (“Io nun rientro”).
E nella scena finale Fabio può ammettere, a sé e agli altri, che suo padre - finalmente - l’ha trovato. E’ un film molto intenso, per chi non vuole arrendersi alla fatica di comprendere la diversità, quello che non si condivide, che non si farebbe mai, il contrario delle proprie idee; per coloro che, anche di fronte alla sconfitta finale, hanno il coraggio ostinato del confronto, per raggiungere la consapevolezza della propria identità, di cui non vergognarsi.

  • Antonio Ingrosso insegna presso l’IPSIA G.B. Garbin di Schio (Vi), collabora con il Cineforum Alto Vicentino 2001.

Scrivi un commento