Lettere da Iwo Jima

di Clint Eastwood

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Questione di punti di vista
di Orsola Silvestrini

Con “Flags of our fathers” e “Lettere da Iwo Jima” Clint Eastwood, regista, e Steven Spielberg, produttore, raccontano dal punto di vista dei due eserciti, americano e giapponese, lo sbarco americano sul suolo giapponese, il 19 febbraio 1945, sull’isola vulcanica di Iwo Jima, e la battaglia nella quale furono uccisi quasi tutti i soldati giapponesi inviati sull’isola per rallentare l’avanzata americana, e circa un terzo dei marines americani morti durante la Seconda guerra mondiale.
A differenza di “Iwo Jima deserto di fuoco” (“Sands of Iwo Jima”, 1949, Allan Dwan) realizzato nell’immediato dopoguerra, nei due film non c’è quasi traccia della glorificazione dello sforzo bellico americano contro il nazismo.
Eastwood per questa seconda parte del dittico tenta un miracolo di equidistanza, assumendo, oltre allo sceneggiatore Toby Haggitt, suo usuale collaboratore, una sceneggiatrice nippo-americana, Iris Yamashita, ma soprattutto scegliendo famosi interpreti giapponesi, e facendoli recitare nella loro lingua (il film è distribuito in America ed in Europa sottotitolato). Nonostante questi sforzi, e nonostante il successo commerciale che il film ha ottenuto in Giappone, critiche sono state mosse da politici ed associazioni culturali giapponesi nei confronti della rappresentazione della cultura e della disciplina militare giapponese. I due eroi del film, il generale Kuribayashi (Ken Watanabe), ed il barone Nishi (Tsuyoshi Ihara), sono rappresentati come grandi ammiratori della cultura americana. Tuttavia non si può negare che l’immagine dei militari giapponesi sia molto lontana da quella alla quale ci ha abituato il cinema americano classico. La stessa scelta di dedicare quasi metà del film alla preparazione della battaglia è interessante sia sul piano narrativo che sul piano strettamente cinematografico. Il nemico non si vede quasi mai. La forza drammatica del film non nasce dalla rappresentazione spettacolare della battaglia, piuttosto dall’atmosfera di terrore provocata dall’attesa dello sbarco americano. Nonostante la novità della scelta di raccontare la vicenda dal punto di vista dei perdenti, il film è un classico racconto di guerra. La fotografia fortemente chiaroscurata, curata da Tom Stern (al suo quarto lungometraggio a fianco del regista) contribuisce a costruire l’atmosfera del film. Mentre in “Flags of our fathers” l’aspetto quasi monocromo delle sequenze ambientate sull’isola veniva messo in risalto dal montaggio con sequenze ambientate negli Stati Uniti, e caratterizzate da colori saturi, in “Lettere da Iwo Jima” il nero domina quasi interamente il film, accentuando l’atmosfera claustrofobica nella quale sono calati i personaggi.
Anche la composizione delle inquadrature viene sfruttata dal regista per suggerire l’atmosfera e le relazioni tra i personaggi. La massa scura dei ‘soffitti’ dei cunicoli sembra spesso opprimere i militari. La consistente presenza di primi piani contribuisce inoltre a rappresentare dall’interno il dramma vissuto dai soldati giapponesi. Come ha dichiarato Tom Stern: “è quasi come se “Flags of our fathers” fosse uno sguardo verso l’esterno, mentre “Lettere da Iwo Jima” è piuttosto una discesa, una storia interiore. E questo riflette le concezioni delle due armate”.

  • Orsola Silvestrini è Dottore di ricerca in Studi Teatrali e Cinematografici a Bologna. Collabora col Dams di Padova.

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