Lo scafandro e la farfalla

di Julian Schnabel

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Le intermittenze del cinema
di Cristiano Filippi Farmar

  • C’è tanto da fare. Si può volare nello spazio e nel tempo, partire per la Terra del fuoco o per la corte di re Mida. Si può fare visita alla donna amata, scivolarle vicino e accarezzarle il viso ancora addormentato. Fine delle divagazioni. (Jean-Dominique Bauby)

Per metà film siamo dentro un occhio (del cinema). Quello che ci è concesso è il campo visivo di Jean-Do. Il punto di vista scelto da Schnabel porta all’apice della rappresentazione la nozione di “identificazione primaria”, cioè l’identificazione da parte dello spettatore (in questo caso totale) con il soggetto della visione, con l’occhio della macchina da presa, l’identificazione dello spettatore con il suo stesso sguardo.
Si tratta dell’occhio sinistro di Jean-Dominique Bauby, quello rimasto aperto, perchè l’altro gli è stato necessariamente suturato per mancanza di irrorazione del bulbo. Caporedattore di Elle France, yuppie di successo, è colpito nel dicembre 1995 dalla L.I.S. Locked-in syndrome. Una rarità. Un ictus che immobilizza il corpo lasciando lucida la mente.
Lo scafandro e la farfalla è tratto dall’omonimo romanzo autobiografico (grande successo di vendite, tradotto in ben 25 lingue) dettato da Jean-Do durante la malattia.
Il film si apre, con una potente luce bianca, che ci stordisce, ci acceca, intorno dei visi sconosciuti ci/gli parlano. E’ una specie di ri-nascita. Jean-Do si rende conto subito di essere in una camera d’ospedale, è circondato da macchine che lo aiutano a respirare, c’è un uomo in camice bianco, è un medico, che gli spiega la situazione. Jean-do si sente in fondo al mare, paralizzato come un palombaro a cui non viene concesso di risalire. E noi vediamo il mondo dal suo oblò. Jean-Dominique, che del “Conte di Montecristo” di Dumas sognava una trasposizione in chiave moderna, ironia della sorte, si ritrova invece nella vita a impersonare Noirtier de Villefort, figura plumbea nel romanzo, descritto come un cadavere dallo sguardo vivo, depositario impotente e muto dei più terribili segreti, in sedia a rotelle comunica solo con gli occhi: il primo e forse l’unico Locked-in syndrome apparso in letteratura.
Jean-Do dispone solamente di una palpebra, con cui può comunicare un sì o un no: un battito nel primo caso, con due nel secondo. Un battito di ciglia, che interrompe l’interlocutore su una lettera dell’alfabeto, riscritto per l’occasione secondo l’ordine di frequenza: A, R, I, N, T.
Una pulsazione che diventa il vero e proprio ritmo del film. Uno sbattere di ali, che lettera dopo lettera, parola dopo parola, in un infinito e quotidiano lavoro di cucitura, gli permette di comporre e inviarci dei “quaderni di viaggio immobile”. Un’impresa titanica e commovente.
Intermittenze dell’occhio, del cinema, che liberano immagini, fantasie, e ricordi. Di luoghi amati e di quelli fantasticati, dei suoi cari: il padre, i figli, la donna che ama.
Il film, attraversato dal monologo interiore del protagonista, risulta a tratti ironico e insieme tragico, e riesce a mantenere costantemente alta l’intensità senza scadere nel facile pietismo, nel ricatto emotivo sempre in agguato e dietro l’angolo quando si ha a che fare con una storia vera come questa.
“Bisogna salirci, sugli alberi, per conoscerne i segreti”, affermava Reinaldo Arenas nel precedente lungometraggio “Prima che sia notte”, e sembra essere questa una delle cifre stilistiche con cui il regista usa raccontare. Utilizzare qualunque strumento che consenta la traduzione della storia in evidenza fisica. Ecco allora soggettive dalla messa a fuoco incerta, sguardi in macchina, inquadrature storte, di sghembo, di tre quarti, diventano necessarie per esprimere la sofferenza e la costrizione.

  • Cristiano Filippi Farmar è Bibliotecario presso il Comune di Malo (Vi) e Segretario del Cineforum Alto Vicentino 2001.

1 Commento a “Lo scafandro e la farfalla”

  1. RENE scrive:


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