Persepolis
di Marjane Satrapi e Vincent Paronnaud
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L’occhio della tigre
di Cristiano Filippi Farmar
- Il padre: «Andrai all’inferno! Lo sai perchè? Perchè ti piace il cinema, e non ci andrai solo tu, ma tutti quelli che ne vanno matti, tutti gli attori e i cantanti, pure». Il figlio: «Allora vuoi dire che se vado all’inferno incontrerò tutti gli attori più famosi?». (Dal film Bahibb as-sima, 2004)
Antica città della Persia, Persepolis fu uno dei più imponenti complessi urbani del mondo, capitale dell’impero achemenide fondata nel 518 a.C. da Dario I, finì distrutta poi dalla furia di Alessandro il Grande che nel 331 a.C. l’incendiò. Il titolo rimanda quindi alla grandiosità e alla magnificenza del passato, di una storia lontana che non c’è più. Lontana dal presente di un paese martoriato da conflitti e regimi dittatoriali, costretto dai “guardiani della rivoluzione”, alla feroce repressione culturale, al maschilismo imperante, all’ hejab (velo islamico). Cos’è diventato l’Iran, ci viene raccontato in formato 2D, bidimensionale, da una giovane illustratrice, Marjane Satrapi, già autrice di un’autobiografia a fumetti, un’epopea familiare uscita in più volumi in tutto il mondo. Marjane, porta in scena la propria storia di bambina, di adolescente, di donna ribelle, intrecciandoli con i fatti politici e sanguinari che si sono succeduti. Cresciuta a teheran, da famiglia agiata e di idee progressiste, si trova presto a fare i conti con il fondamentalismo di marca Khomeinista. Attraversa la rivoluzione, la guerra, poi gli ayatollah, coi pasdaran dediti al rigido controllo sociale e dei costumi. Sente i resoconti di torture, assiste all’arresto dello zio che poi finirà ammazzato, ascolta la maestra affermare prima e negare poi. E intanto sogna di essere un profeta salvatore, parla con Dio (che sembra Karl Marx), ascolta i Bee Gees, il punk, gli Iron Maiden, imita le mosse di Bruce lee, cantando “Eye of the tiger” (L’occhio della tigre) dei Survivor già inno-leggenda del celebre Rocky, a dirci esplicitamente che lei è una combattente che non molla, una vera rivoluzionaria, che non rinuncerà mai alla promessa fatta alla nonna (suo punto di riferimento) di rimanere sempre integra e fedele a sé stessa. Costretta in una società che le ordina di conformarsi e che la spinge ad un profondo isolamento, fugge a Vienna per studiare, ad emigrerà poi in Francia per realizzare i propri percorsi di artista. Va detto che nel film pure l’Europa (Vienna, l’Austria) non ne esce molto bene, con un’accoglienza fatta spesso di tante parole, incapace di incontrare il diverso, e che soffoca nuovamente Marjane e il suo istinto di emancipazione mai domo. Intervistata a Cannes quest’anno, la Satrapi ci fa capire come la pensa: -da qualche anno stigmatizziamo una regione del mondo attraverso delle riduzioni astratte: i musulmani oggi sono terroristi, integralisti e parlando in questi termini le persone vengono totalmente disumanizzate. Purtroppo queste persone di cui parliamo hanno talmente paura che diventano le prime vittime di questa situazione: sono persone, hanno un padre, una madre, hanno voglia di viaggiare, mangiare gelati, andare alle feste. È del loro lato umano che ho voluto parlare-.
Il film oltre ad essere un doloroso e ironico viaggio nella memoria collettiva iraniana è anche la storia di una educazione sentimentale, fatta di incontri con uomini molto più ranocchi che principi: uno scopre di essere gay, l’altro divide il suo tempo con un’altra donna, il terzo con cui si sposa e poi divorzia, è un cinefilo accanito poco interessato a quello che gli succede intorno.
Mettere insieme i tanti ricordi e aneddoti personali con i drammi universali, è un’operazione coraggiosa ma ad alto rischio. In questo caso riuscitissima. Ci fa pensare al famoso “Maus” di Art Spiegelman, il fumetto fatto di gatti nazisti e topi ebrei, e anche lì vicende personali e familiari, sullo sfondo i giorni dell’Olocausto. E alle pubblicazioni di Joe Sacco, su “Gorazde. Area protetta”, sulla guerra in Bosnia 1992-1995, e “Palestina”. La scelta dei forti contrasti in bianco e nero, rimanda all’espressionismo tedesco, e al nostro cinema neorealista dove tutto era vivido e “vero”.
- Cristiano Filippi Farmar è Bibliotecario presso il Comune di Malo (Vi) e Segretario del Cineforum Alto Vicentino 2001.

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