Promise me this
di Emir Kusturica
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Matrioske balcaniche
di Luca Nieri
Presentato in chiusura a Cannes 2007 nella prestigiosa sezione “Concorso”, “Promise me this”, arriva per ultimo dopo i tanti fuochi d’artificio del Festival. Chi si è occupato del calendario delle proiezioni sa di poter contare, seppure in fondo a dieci giorni di prime mondiali, su una certezza: il cinema di Emir Kusturica.
Cannes gli ha già tributato onori e premi in quantità (due Palme d’oro: nel 1985 per “Papà è in viaggio d’affari”, e nel 1995 per “Underground”; un Gran Premio della Giuria con “Il tempo dei gitani” nel 1988). La storia in sè, a patto che la si tratti macroscopicamente, è facilmente riassumibile. Un anziano vive col nipote nella campagna serba, tra galline, campi da coltivare e animali da governare. Sa che un giorno le forze lo abbandoneranno, e per regolare i conti con le proprie responsabilità di “padre”, Si fa promettere dal nipote alcune cose: il giovane andrà in città dove venderà l’amata vacca Cvetka; i soldi gli serviranno per comprare un’icona di San Nicola e un regalo che gli riempia il cuore di gioia. Infine, dovrà tornare con una sposa. Siamo nei Balcani, siamo in un film di Kusturica: il viaggio del ragazzo diventa subito una serie di picaresche disavventure che si dipanano e si ingarbugliano di continuo, fuoriuscendo l’una dalla pancia dell’altra, a ripetizione. Gli occhi non trovano una sosta, come pure la mente che in continuazione è costretta a ricordarsi di tutti i fili della matassa narrativa. Il punto di partenza è definito, come l’arrivo, è il tragitto in mezzo che stordisce e far perdere le tracce di una qualunque rassicurante geometria. Le situazioni paradossali come matrioske, via una e sotto l’altra, in cui viene a trovarsi il ragazzo, accendono il desiderio di sistemazione di una possibile fabula. L’affastellamento di gag e stratagemmi (ladri che inseguono il ragazzo, vicini che insidiano la casa del vecchio, decine di personaggi secondari che reclamano uno spazio di visibilità all’interno della vicenda) quasi stordisce, forse c’è qualcosa di troppo. Perché?
Dopo un breve prologo, assistiamo ad una scena meravigliosamente quieta e intima, in cui il nonno chiede al nipote di fare la promessa. I due sono nel prato davanti casa, il ragazzo è immerso in una vasca la cui superficie è un tappeto galleggiante di mele rosse e verdi, il nonno è lì che gli spruzza l’acqua per fargli il bagno. La sequenza ci avvicina ad una natura meravigliosa, quella umana. Kusturica parte dalla riverenza e dalla delicatezza, che rende giustamente estreme, per potersi avvicinare alla figura di un vecchio che sente il tempo della vita assottigliarsi. È a questa delicatezza che sono improntate le avventure del ragazzo nella grande città, come se l’uso di un tono rocambolesco, portasse allo scoperto, nella sua superficialità esibita, tutta la poesia della vita. E la vita si sa è piena di tante cose. Ed è qui che il film un po’ si perde: c’è troppo da guardare, ascoltare,. Un eccesso di vita si potrebbe dire. Il film, che fa dell’allegria la sua ragion d’essere, si trova così ingabbiato nell’esigenza di chiudere tutte le parentesi narrative, e il rischio dello stordimento per lo spettatore è dietro l’angolo. Ci resta un solo un antidoto: lasciarsi andare.
La musica, di Stribor Kusturica (il figlio talentuoso del regista qui si cimenta anche come attore), insegue e commenta tutto, fa da motore del film, diventa una gioia per gli orecchi. Le coppie si intrecciano e si rincorrono, matrimoni e funerali come al solito sulla stessa strada: si ride e si piange. Soprattutto si ride.
Forse adesso capiamo perchè gli organizzatori del Festival, hanno posizionato in chiusura, e quindi ai margini della competizione il nuovo film del grande Kusturica. Il punto è questo: “Promise me this” è divertente quanto vuoi, ma è da considerarsi più “un film alla Kusturica” che “un film di Kusturica”.
- Luca Nieri studia Cinema e Teatro a Venezia, collabora con il Cineforum Alto Vicentino 2001.
