Le vite degli altri
di Florian Henckel von Donnersmarck
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La sonata del buon uomo
di Stefano Bellanda
L’espressione tedesca “ein guter Mensch” raccoglie i significati che in italiano sono resi tanto da “un buon uomo” quanto da “un uomo buono”; lo stesso si potrebbe dire per “ein guter Film”, cioè “un film onesto”, quanto, come vedremo, “un buon film”. Florian Henckel von Donnersmarck, giovane regista tedesco qui alla sua promettente opera prima, scrive un’affascinante e documentata sceneggiatura, si circonda di attori notevoli, tra i quali si deve ricordare il grande Ulrich Mühe, proprio recentemente scomparso, e consegna alla sua riunita patria il terzo Oscar per il miglior film straniero. Analizzando con perizia il controllo degli artisti da parte della Stasi, gli onnipotenti servizi segreti della DDR, Henckel ci riporta alle ultime propaggini del socialismo nella Germania orientale. Non siamo però di fronte solamente a un film storico ma al tentativo di lettura con i materiali dell’epoca di una soggettività materialmente caduta nel tempo. Le vicende del capitano Wiesler e delle figure di cui professionalmente registra ogni minimo alito, sono costruite sul modello della sonata pianistica, la musica del soggetto. Appunto l’immaginaria “Sonate vom guten Menschen” ha la funzione d’accompagnare il farsi e il disfarsi di tutti questi individui inseriti nel basso continuo del limite e della tortura. Eppure il fluire messianico della musica, e con essa del film stesso, non esprime affatto una sublimata ed esoterica libertà dell’arte rispetto alla durezza del reale (si veda il suicidio di Albert Jerska e Bertold Brecht, del resto, è il mentore letterario dell’intera pellicola), ma è per certi versi il contrappunto laborioso di una trama che il capitano Wiesler tesse nell’oscurità del sottotetto dove ascolta, trasformandosi, le vite e i fantasmi della libertà altrui. Come tutti impossibilitato a essere semplice, il capitano diventa però quel “buon uomo” che per necessità deve fare l’artista, un uomo ricacciato nella responsabilità e nel definitivo confronto con la sua storia; così, vivente il proprio limite, incappa in lapsus, esprime debolezze, non riesce a concludere le frasi più importanti con cui psicologicamente giustificare la propria condotta prima di finire a controllare le lettere della posta ordinaria o consegnare giornali pubblicitari nella Berlino liberata. Anch’egli in definitiva come tutti osservato mentre osserva, Wiesler diventa il paradigma di tutti i destini personali che incontriamo nel film. La sonata è quindi tanto per il “buon uomo”, quanto, e forse soprattutto, anonimamente scritta dal buon uomo. È in questa sotterranea scrittura, infatti, che a tratti compare quella vita crudelmente e caparbiamente negata dagli uomini agli uomini, e con essa s’illumina il soggetto altrimenti sottratto ed eliso dalla storia e dal suo meccanismo. La vita degli altri, con maggiore pregnanza al singolare nel titolo tedesco, è infatti sempre priva di verità anche quando si riesce sistematicamente a farsela pronunciare, mentre nella sua nudità essa non appare mai, sempre incastrata all’interno di un dispositivo che la modifica, la nasconde, la colpevolizza (come per l’attrice Christa-Maria), e in definitiva la estingue. Così ciascun personaggio di questa scenografia non può mai essere un eroe tragico ma, più o meno, nel limite della propria esistenza, un buon uomo, salvezza e memoria del quale vengono restituite nel prolungato istante dell’ultimo vivissimo fotogramma, eternità che immortala il bene al di fuori della storia e della terribile scena di questo mondo. È per questo che il film non ci parla solo di un passato fortunatamente lontano, ma di un presente che ci riguarda moltissimo, non certo quello della privacy e della sua violazione, tutto indaffarato a guardarci, ma un presente rischiosissimo in cui e per cui per sé e per gli altri si dà la vita.
- Stefano Bellanda è Dottore di ricerca in Filosofia a Padova, insegna al Master in Studi Interculturali.
