The departed - Il bene e il male
di Martin Scorsese
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Lo sguardo antropologico di Scorsese
di Davide Rampin
Una delle caratteristiche che la critica cinematografica (a partire da quella francese degli anni quaranta) ha segnalato come specifica del film noir è l’ambiguità. Ambiguità morale innanzitutto, con personaggi che si muovono nella zona di confine tra ciò che è lecito e ciò che non è lecito fare; e quindi ambiguità rispetto alle identità e ai ruoli sociali, fino ad arrivare, in casi estremi, ad una realtà che si fa essa stessa ambigua, abbandonando la consistenza che le è propria per perdersi nei territori labirintici dell’allucinazione e dell’incubo.
Da questo punto di vista “The departed” partecipa all’universo magmatico e sfuggente del noir, una tipologia di film poco irreggimentabile in quella struttura rigida che il concetto di “genere” presuppone, ma definibile piuttosto come particolare “atmosfera” che attraversa una narrazione.
Tutto però in “The departed” è al tempo stesso osservato da lontano, sembra mancare un’autentica partecipazione emotiva, non c’è vera empatia con i personaggi: un film che si mostra insomma come una sorta di esposizione di un teorema. Proprio in questo distacco emerge con chiarezza una delle caratteristiche più tipiche del cinema di Scorsese, quella di essere una minuziosa descrizione di ambienti. E in quest’ultima opera il regista newyorkese torna a tratteggiare quel microcosmo criminale che ha reso celebri alcune sue pellicole (dal giovanile “Mean Streets” ai più recenti e meritatamente osannati “Quei bravi ragazzi” e “Casinò”), anche se in questo caso ad essere protagonisti non sono più gangster italo-americani ma mafiosi irlandesi che operano nella South Boston, mentre il soggetto di origine è tratto dal film di Hong Kong “Infernal Affairs”.
Se, per quanto riguarda i personaggi, l’elemento “eccessivo” è confinato in particolare alla caratterizzazione del luciferino Frank Costello, interpretato da un ormai irrimediabilmente gigioneggiante Jack Nicholson che riesce in ogni caso a tratteggiare una trasbordante e verbosa incarnazione del Male, il vero conflitto morale (anche se ben lontano dalla semplicistica dicotomia indicata nel superfluo sottotitolo aggiunto dalla distribuzione italiana) è incarnato da Billy Costigan e Colin Sullivan, il primo che cerca di svincolarsi dall’ambiente d’origine diventando poliziotto (pur essendo costretto a fingersi criminale per poter sgominare la banda dell’inattaccabile boss), il secondo che viene “allevato” da Costello e si infiltra ai più alti livelli della polizia. Su questa coppia quasi speculare di personaggi si innestano i temi più forti dal film: la ricerca del padre (che può essere il comunque fascinoso Costello o il bonario capitano Queenan interpretato da Martin Sheen), l’intreccio inestricabile tra verità e menzogna, l’impossibilità tanto della redenzione quanto della giustizia.
Rinunciando ai barocchismi registici delle sue ultime prove, Scorsese opta per una regia quasi stilizzata, avendo cura innanzitutto di raccontare (con grande libertà dal punto di vista della struttura narrativa) una storia con tutti i crismi del poliziesco, impreziosita da una ricca colonna sonora (dai Rolling Stones a Donizetti), senza rinunciare a qualche guizzo anti-naturalista (i colori accesi, la cocaina soffiata in aria e ripresa in ralenti, la fotografia chiaroscurata) e ad alcuni momenti di puro citazionismo (l’inseguimento tra Costigan e Sullivan dopo il cinema porno, con le ombre che si allungano sulle pareti, il fumo che sale dai tombini, i dettagli amplificati). La descrizione che Scorsese fa dell’ambiente criminale intende comunque offrire una riflessione più ampia, intrisa di pessimismo, sulla realtà dell’uomo, con la rappresentazione di un mondo ormai allo sbando, senza più riferimenti sicuri, preda di avidi ratti (il termine “rats” della lingua originale indica appunto “talpe”, “infiltrati”), alla cui immagine non più metaforica viene dedicata l’ultima inquadratura del film.
- Davide Rampin è Laureato in Storia e Critica del Cinema, collabora con l’MPX-Multisala Pio X di Padova.
